L’autonomia da rivedere

giugno 20, 2011

La società athesina  è caratterizzata da più culle etniche, ognuna con sue precise ricchezze culturali, sociali, linguistiche nei diversi idiomi anche dialettali, nella ricca storia di famiglie, tradizioni e costumi.

Basta attraversare le nostre valli, osservare gli innumerevoli resti di castelli e chiesette storiche, di masi sparsi nei paesaggi, che nonostante si immergano nella vita di generazioni passate, sono oggi presenti con la loro operosità anche nell’innovazione dell’agricoltura di oggi.

Sono culle di economia, società e civiltà che hanno caratteri specifici.

Che queste culle debbano preservare le loro ricchezze e quindi le loro caratteristiche e che ciò debba essere tutelato, non ha nulla in se di conflittuale, è insito nel senso di appartenenza ad una società che ha una sua caratterizzazione, un’armonia ed autonomia di espressione che deve essere rispettata, ma anche giustamente valorizzata.

E’ un approccio culturale antropologico, più che politico.

Poi appunto la storia ha mostrato come ideologie nazionaliste possano far prevalere presunti interessi centrali agli interessi territoriali e qui, con l’avvicinarsi della Pentecoste, senza pensare solo al fascismo, possiamo pensare al pericolo dell’invasione delle truppe napoleoniche ed ai fuochi del Sacro Cuore, tradizione che parte dal 1976 e si ripete nel Corpus Domini, il I° luglio di ogni anno.

E’ ovvio che una difesa ispirata da un senso popolare, può organizzarsi, nei momenti di maggiore tensione e sofferenza, attraverso le associazioni ed i partiti politici, che operano quindi anche per il raggiungimento di obiettivi, attraverso le leggi.

Il pacchetto con le norme di attuazione dello Statuto dell’Autonomia, dopo un percorso di quasi 50 anni, è arrivato a formulare un equilibrio, spesso oggetto di discussioni a toni accesi, ma di fatto si è arrivati alla famosa quietanza liberatoria dell’Austria del 11 giugno 1992, ormai quasi vent’anni fa.

Il nuovo Statuto d’Autonomia del 1972, rappresenta senza dubbio la più importante conquista per la Provincia, sia dal punto di vista politico che culturale, che sociale ed economico e sigilla la chiusura di un epoca.

Oggi io credo si possa con onestà dire che esistono dei problemi nella nostra società ben più importanti che non il disagio etnico, basti pensare alla crisi economica, ai problemi dei giovani e del loro futuro nel mondo lavoro, al futuro delle famiglie, ai rischi relativi alle fonti energetiche ed alle risorse naturali, ecc.

Oggi la nostra società organizzata, in una reale democrazia di espressione, può calare la “guardia” etnica, perché non sta più qui la minaccia.

Oggi tutta la società del nostro territorio può trovare nell’Autonomia della nostra Provincia e Regione valide motivazioni per un impegno costruttiva alla difesa delle proprie ricchezze e prerogative.

Ecco perché io credo sia il tempo di rivedere il concetto di “minoranza” da tutelare.

Quindi non ha senso eliminare i gruppi etnici, se esistono come culle ricche della nostra società, non ha senso crearne di nuovi, per i mistilingue, se essi preservano i nostri caratteri autocotoni.

L’aspettativa di un gruppo etnico mistilingue si cala sull’esistenza di protezioni etniche e proporzionali, ma può essere superata dal ridimensionamento di tutele oggi non più così necessarie.

Eliminiamo quindi i fronzoli di inutili privilegi o divisioni al nostro interno, che sono “gomitate” tra di noi ed allora sì che può bastare il dichiarare qual’è la propria lingua primaria e quali le lingue conosciute.

Ma quando ne parliamo e con chi?

Alberto Berger – Presidente laboratorio Athesis – innovatori e mistilingue nel Popolo della Libertà

 


MISTILINGUE: Caro Drumbl, è un problema diverso

giugno 20, 2011

Nel rispetto della sua impegnata ricerca di sempre di dare il giusto valore ad una didattica linguistica orientata al plurilinguismo individuale e quindi della sua vita scientifica spesa nel cerca di promuovere l’insegnamento delle “lingue”, anche nella ricerca sulle migliori modalità di trasmissione della lingua tedesca in Italia, mi permetto di condividere solo in parte il Suo intervento “Mistilingue, una visione separatista”.

I mistilingue non sono certo alla ricerca di vantaggi in relazione ad una loro presunta maggiore competenza linguistica. Non esiste in loro il senso di superiorità ricercata, alla quale Lei fa riferimento.

Per me e per i mistilingue, come per qualsiasi altro uomo di cultura, degli affari, aperto ai confini, la pluralità di conoscenza linguistica è una necessità e convinzione, che porta in sé la possibilità di comunicare, di apprendere, di vivere delle sensazioni dirette nell’immersione di un’orchestra di sensazioni nelle quali anche l’espressione non solo linguistica, ma anche il tono, la cadenza e quant’altro, possono essere parte di un’armonia di immersione in situazioni diverse, in paesaggi e quindi vita nell’insieme.

La conoscenza delle lingue avvicina e dà espressività e quindi è una componente dell’uomo nella sua completezza. Certamente può rappresentare anche opportunità, ma meno o per nulla dei diritti.

Il tema dei mistilingue in Alto Adige emerge su un altro livello di osservazione, laddove la nostra autonomia prevede delle tutele particolari per le minoranze linguistiche e per riferirmi al secondo punto del Suo intervento, esse non sono invenzione dei “mistilingue”, ma sono definite “conquiste” di anni di battaglia politica territoriale.

L’ottenere case popolari, mutui, riconoscimenti sociali o carriere diverse o anche politiche, non sono conquiste dei mistilingue e come tali quindi privilegi ad essi concessi o migliori privilegi  ottenibili grazie al loro essere “tri-lingui” nativi o meno, ma nemmeno voluti, nella ricerca di uno “Status” di vantaggio o protezione.

E’ necessaria una nuova analisi dell’impianto normativo autonomistico che da tutte le parti, dalla stessa SVP, è ritenuto oggi superato e da rivedere che è sempre rimandata.

Ciò è dovuto certo alla situazione politica romana, piuttosto che al grande frazionamento del mondo italiano locale, ma anche alla continua provocazione mediatica su tematiche etniche che viene sostanzialmente sempre da chi ha maggiormente interessa a dividere, invece che accomunare in uno spirito costruttivo.

Ora siamo davanti al censimento e certo, il doversi classificare “italiani”, “tedeschi”, “ladini”, o “altri”, non coglie a mio avviso l’esigenza di una società culturalmente e linguisticamente ricca come la nostra, laddove se di protezione si deve parlare è certo dell’autonomia nel suo insieme, nelle prerogative territoriali particolari, ma molto meno al suo interno tra i diversi gruppi etnici, nelle varie forme di osmosi realmente sviluppatesi negli anni.

Non sono convinto della necessità di un nuovo gruppo “mistilingue”, ma certamente di dover rispettare maggiormente la loro innata vita di “convivenza” culturale e linguistica, non relegandoli tra gli “altri”, con tutto ciò che ne deriva.

Io cerco di poter essere  “mistilingue”, non nel solo senso linguistico, ma di immersione globale nella nostra ricchezza territoriale, italiano e tedesco insieme, come sono.

Quindi Athesino! Non certo Mischling, nel senso, spesso negativo, attribuito a questa definizione.

E quindi “non sono altro”!

Se poi l’essere etnicamente classificati dall’una o dall’altra parte sposta percentuali di assegnazioni di posti di lavoro o altro, ma anche di “poltrone” politiche, o conferisce diritti di elettorato passivo, sempre nell’ottica di una difesa di minoranze, ciò non è voluto dai mistilingue ed è forse da rivedere.

Per me ciò che conta è di costruire autonomia Athesina all’interno della quale gli autoctoni convivano sentendosi tutti parte di un progetto, dove nessuno prevarica nessun’altro e quindi nemmeno possiede “privilegi”.

Più che reintrodurre quindi nuovi gruppi, rivediamo il significato della “minoranza territoriale” e delle “protezioni etniche”.

Ma ciò è un lavoro da affrontare insieme, come propone Athesis da sempre.
 
Rimando ancora ai seguenti miei interventi :

Dott. Alberto Berger – Presidente di Athesis


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